mercoledì 2 novembre 2011

Giocare giocare al blackjack nei casino online

Se avete sempre sentito parlare del gioco del blackjack ma non vi siete mai addentrati più di tanto nell’argomento, ecco a voi qualche informazione utile riguardo alle regole del gioco stesso e come poter provare il piacere di giocare online e per soldi veri. Infatti, numerosi sono i casino on line che presentano, tra i loro giochi, quello del blackjack. Uno di questi è il titanbet. In questo casino online, potrete trovare tutti i giochi tipici delle sale da gioco, come ad esempio la roulette, le slot machine, giochi da tavolo, dadi e infine, anche il blackjack. Questo gioco, può ricordare per certi versi il nostro beneamato sette e mezzo. Infatti, seppur giocandosi con le carte francesi, alcune dinamiche ricordano il gioco italiano. Le carte da 2 a 10, valgono la cifra del loro valore nominale: quindi il 2 vale due, il 3 tre, il 10 dieci ecc. Le figure, quindi il Jack, la Donna e il Re, valgono dieci mentre l’asso, può valere uno o undici, a seconda delle esigenze. L’obiettivo, è battere il banco effettuando un punteggio pari o il più vicino possibile a 21. L’obiettivo, consiste nel battere il banco, senza confrontarsi con altri giocatori. Nei casino online, come ad esempio nello spin palace, giocare al blackjack vi farà godere di tutta la calma necessaria per effettuare le vostre decisioni. Inoltre, se avete ancora poca pratica alle spalle, potrete praticare direttamente sulla piattaforma di gioco, scegliendo l’opzione per soldi virtuali. Se visiterete il sito ufficiale dello spin palace, troverete informazioni riguardanti tutti i giochi, regole del gioco comprese. Anche se in Italia e nelle abitudini il blackjack non è mai divenuto popolare, lo stesso non si può dire per i casino online e per i casino reali. Il blackjack, infatti, costituisce uno dei giochi più amati dagli amanti del gioco d’azzardo di tutto il mondo.

domenica 4 settembre 2011

Giocatori di Poker Cash Game: Tom “durrrr” Dwan

Da tranquillo studente dell'Università di Boston, a leggenda del poker online è la storia di Tom Dwan, alias "durrrr" (il nome con cui gioca nelle poker room), che in pochi anni si è affermato come giocatore professionista di poker specializzato negli highstakes del poker cash game. La sua è una carriera altalenante, costruita tra grandi vittorie e qualche scivolone. Il risultato è uno dei giocatori più talentuosi del cash game.

Nato a Edison (New Jersey) nel 1986, Dawn comincia a giocare on line all'età di diciassette anni con una piccola quantità di denaro che inizialmente investe nei tornei sit-and-go. Dopo aver perso buona parte della cifra iniziale, decide di passare al cash game dove si specializza negli "Heads up No-Limit Texas Hold'Em" e costruisce la sua fortuna arrivando a vincere qualcosa come 5 milioni di dollari nel 2008. Nel corso della sua carriera si alterneranno grosse vincite e grosse perdite, alle quali comunque "durrrr" è sempre riuscito a far fronte recuperando quanto perso nel corso dell'anno successivo.

Probabilmente la sua più grande battaglia pokeristica è avvenuta nel 2009 contro Viktor Blom che lo ha sfidato a giocare una maratona di heads up su 6 tavoli. Alla fine della settimana, Blom, che gioca con il nickname "Isildur1", porta via a Dwan una cifra vicina ai 5 milioni di dollari e spinge "durrrr" a sfidare lo svedese in una competizione live chiamata "Durrrr Million Dollar Challenge".

All'evento però non partecipò Blom, ma Marcello "luckexpress" Marigliano, Ilari “Ziigmund” Sahamies e Sammy "Any Two" George che affrontarono Dwan in heads up. Alla fine delle 3 partite durrrr portò a casa una cifra vicina agli 800.000€, grazie soprattutto ad uno spettacolare bluff in all in su George: Tom con 7-2 punta tutto al river contro la doppia coppia di Sammy (asso e sei) che decise di foldare, depistato dal rilancio pre-flop di "durrrr" che aveva comunque dichiarato di avere 7-2 e di voler rubare i bui. Dwan vinse cosi un piatto di 641.500$ e complessivamente uscì dalla sfida con George con un attivo di 750 mila dollari.

Tra i tanti record di Dwan c'è quello per il piatto più grande vinto in un evento live televisivo: ben 1.100.000$, cifra che supera il precedente primato di 919.000$ dollari stabilito sempre da "durrrr".

mercoledì 1 giugno 2011

Il Cav ha scoperto la vincibilità. E dunque? Che alternativa c'è?


Certamente il Cav ha perso, e di brutto. Lo ha ammesso anche lui, con franchezza e senza trovare una maschera per nascondere l’insoddisfazione. Ha perso, embé? E dunque? Voglio dire: anche il più cocciuto degli antiberlusconiani deve ammettere che finora abbiamo assistito solo alla pars distruens di un processo politico. Tutte le energie dell’Italia anti-Cav si sono concentrate sulla liquidazione dell’ondata maggioritaria, sulla denuncia delle promesse mancate, e hanno tratto gran vantaggio dalla scelta di sradicare le sfide comunali dall’ordinaria amministrazione per spingerle sulla verifica plebiscitaria del tocco carismatico del capo del governo. Il quartier generale è stato bombardato con discreto successo, sono state espugnate importanti roccaforti ivi compreso il campobase del berlusconismo, Milano. Il Pdl è un sobbollire sentimenti che alternano paura, indisposizione, risentimento, opacità organizzativa. La Lega con le parole punta i piedi nell’immediato presente governativo e con la testa immagina ipotesi di un futuro di padana autonomia. Il Cav, fa pure noia ripeterlo, ha sbagliato la campagna elettorale, forse pure mal consigliato da mal consiglieri. Ha cavalcato quello che gli strateghi americani chiamano negative campaigning, il registro della paura, le metafore della cittadella assediata, la mobilitazione del risentimento, codici retorici che si sposano male con la storia del berlusconismo, al limite tacciabile di un ottimismo a prescindere e, in svariati casi, fuori luogo. E soprattutto, dentro e fuori il perimetro della politica di partito, sono emersi nella loro nitidezza dei nodi problematici che le alchimie parlamentari, le scomposizioni e ricomposizioni della maggioranza, avevano tenuto nascosti e messi al sicuro dentro le mura della sovranità popolare da non calpestare e della volontà degli elettori da non tradire. La storia di queste elezioni racconta che un sacco di elettori sono rimasti e casa, e qualcun altro ha scelto magari di esprimere un voto inautentico, una cartolina di avviso spedita per segnalare un disagio. Adesso è pure troppo semplice, per chi avvertiva nel centrodestra la necessità di una rigenerazione, dire: l’avevamo detto, se la crisi estiva del PdL fosse stata gestita diversamente a quest’ora non si osserverebbe l’alta marea arancione che urla di voler “liberare” l’Italia. Ma fino a questo punto, siamo ancora nel perimetro destruens del vecchio ordine che scricchiola. Anche volendo dare per buona l’ipotesi di un declino certo del berlusconismo dopo diciassette anni di egemonia fragile e guerreggiata, non esiste al momento una qualche ipotesi davvero percorribile per uscire dalla crisi. Il Cav ha il cavallo zoppo, e dunque? Nelle piazze festanti del centrosinistra si respira l’aria del ritorno alla “gioiosa macchina da guerra”, e il conseguente rischio di scivolare sulla buccia di banana di un trionfalismo che ha già stampato il segno della vittoria sul prossimo calendario elettorale: chi fa più rumore di vittoria non è il Pd ma i dipietristi e Vendola, e questo qualcosa significa. Il Terzo polo è in una fase di assestamento della propria identità politica e organizzativa di centrodestra “alternativo” che non può limitarsi all’obiettivo di sgangherare la megamacchina berlusconiana. La maggioranza di governo, sia il PdL in apnea sia la Lega in tachicardia, sono evidentemente impreparati a gestire un futuro postberlusconiano, anche se questa ipotesi – prima considerata un certificato di tradimento – comincia a farsi strada senza per forza dover scomodare catastrofi e apocalissi. Il crollo c’è stato. Le macerie ostruiscono la visuale. Il Cav ha scoperto la vincibilità. E dunque?

lunedì 30 maggio 2011

Barcellona padrone d’Europa


LONDRA – Non c’è stata partita. Altro che equilibrio: il Barcellona ha dominato! Come in un allenamento, il Manchester United ha fatto da sparring partner.

Il Barcellona ha vinto il terzo titolo europeo in sei anni, confermandosi squadra irresistibile: potrebbe ripetere l’exploit di due anni fa, quando spazzolò tutto quello che c’era da vincere in campo nazionale e internazionale.
Il possesso palla dei catalani si è affermato ancora una volta: un modo di giocare difficile da contrastare per tutti gli avversari, specie per il Manchester, apparso subito “cotto”.
Tutti i blaugrana, dal fenomeno Messi ai più defilati ma geniali Iniesta e Xavi, a Villa e Pedro, hanno dimostrato ancora di essere i più forti.
Guardiola (a 40 anni il più giovane tecnico vincitore di due titoli europei) ha piazzato anche stavolta la sorpresa, schierando Abidal (meno di due mesi dal rientro in campo dopo aver battuto il cancro al fegato) terzino sinistro, mandando Puyol in tribuna e confermando Mascherano al centro della difesa.
Ferguson ha preferito giocare con due attaccanti, Rooney e Hernandez, schierando Giggs nella linea mediana. In porta Van der Saar, che si è ritirato senza l’ultima vittoria della sua prestigiosa carriera ma ha salvato l’United da una goleada.
Dopo dieci minuti di tentativi del Manchester di aggredire (senza conclusioni) l’avversario, il Barcellona ha cominciato a menare il torrone col suo possesso palla con i soliti Inesta-Xavi e Messi a comandare con rapide aperture su Alves (a destra) o Pedro (a sinistra). Gli inglesi hanno barcollato e i blaugrana hanno iniziato a cercare il tiro: 16′ Pedro (fuori), 20′ Villa (a lato), 21′ Villa (debole, parato).
Al 27′ il vantaggio dei catalani, conseguenza quasi inevitabile della loro superiorità: Xavi ha dato a Pedro sulla destra, controllo e interno destro sul primo palo.
La squadra di Guardiola si è addormentata per qualche minuto, dando la possibilità all’United di pareggiare con un’azione che si è svuluppata sulla destra da dove la palla è finita a Rooney, posizionato centralmente: uno-due con Giggs (in offside?) che gliel’ha restituita all’indietro, piattone destro che si è insaccato alla destra di Valdes.
Il Barcellona ha ripreso a giocare e a cercare il gol con Xavi e Iniesta. Due volte Pedro e Messi non sono arrivati a insaccare su traversone basso da destra. In due parole: primo tempo su ritmi alti, Barcellona più appariscente, United un’azione e un gol.
I blaugrana hanno cominciato con aggressività la ripresa. Iniesta al 7′ ha servito Alves sulla destra in area e Van der Saar ha salvato in uscita: una grande occasione.
Poi il gol di Messi, sempre ispirato da Iniesta: il sinistro del fuoriclasse argentino è risultato imprendibile per il portiere olandese. In fondo è stato un gol prevedibile e meritato.
Van der Saar al 19′ ha salvato di piedi a terra su sinistro di Messi. Ma la difesa inglese (Vidic, lo stesso Ferdinand) è apparsa in grande difficoltà contro l’attacco blaugrana: Valdes ha tentato il gol di tacco al 20′. Un destro di Xavi, poco dopo, ha fatto volare il portiere dell’United sulla destra. Iniesta ha sparato da fuori centrale: la squadra di Ferguson ha dato l’impressione di essere in balia dell’avversario.
Per l’infortunio di Fabio è entrato Nani. E il Barca al 25′ ha messo definitivamente le mani sulla Champions: Busquets a Villa che da fuori l’ha messa di destro a effetto nell’angolo alto alla sinistra di Ven der Saar.
Il Manchester ha cercato di riaprire la partita con Rooney e Nani, reclamando un rigore per un mani di Villa (nel primo tempo aveva toccato anche Evra col braccio). Gli inglesi hanno incassato signorilmente il ko: troppo forte il Barcellona, giusto così.

venerdì 31 dicembre 2010

BASTA RUBARE FUTURO AI GIOVANI

Da troppo tempo, ormai, nel passaggio da un anno all'altro siamo costretti a fare professione di “pessimismo della ragione” e “ottimismo della volontà”. Accade anche oggi. Ci lasciamo alle spalle il primo decennio del Terzo millennio, che qualche recente statistica ha avuto l'ardire e l'ardore di giudicare i “migliori anni della storia dell'umanità” per le conquiste tecnologiche, scientifiche e mediche. Un giudizio affrettato e, per molti aspetti, fuorviante. Le statistiche possono anche esaltare “le sorti Magnifiche e progressive” delle nuove tecnologie, ma la percezione che ognuno di noi avverte dentro è che il mondo è messo peggio rispetto a dieci anni fa. E così il nostro Paese. Sarebbe lungo l'elenco delle cose materiali che mancano o che non sono state realizzate in questi dieci anni. Ma l'indice più verosimile del peggioramento è dato da una percezione diffusa, da una sensazione collettiva che potremmo definire immateriale, e tuttavia più indicativa della ricchezza o della povertà materiali.

La differenza sta nel fatto che dieci anni fa avevamo tutti - individui e popoli, nazioni e continenti - meno paura del futuro. Entravamo nel nuovo Millennio con il coraggio e la voglia di affrontare nuove sfide, mentre oggi guardiamo a ciò che ci aspetta con sempre meno fiducia e molta più angoscia, nonostante le grandi conquiste tecnologiche, scientifiche e mediche. Non è solo questione di Pil o di tassi di disoccupazione, di debiti pubblici o di crac bancari, di contabilizzazione dei profitti e delle perdite. I tecnicismi delle politiche economiche nazionali e dei consessi internazionali possono tamponare le falle, ridurre i danni, evitare momentaneamente i crac, ma è ormai del tutto evidente che la crisi da smarrimento richieda altre terapie e altre risposte, soluzioni diverse e più strutturali rispetto alle crisi cicliche.

Se non ripenseremo a come possiamo e dobbiamo vivere su questo pianeta; se non riusciremo a riequilibrare anche con misure drastiche il rapporto tra risorse (non inesauribili) e consumi; se non saremo capaci di rallentare, fino a invertire, la folle corsa verso una crescita infinita e illimitata; insomma, se non cambieremo modello di sviluppo, stili di vita, valori e modelli culturali oggi egemoni, la paura verso il futuro aumenterà. E non ci sarà politica economica che tenga.

Sembrava che la grande crisi globale degli ultimi anni avesse aperto gli occhi non solo a governanti ed economisti, ma anche all'uomo comune per un ripensamento profondo del modo di vivere e del modo di stare sul pianeta, ripristinando un corretto rapporto tra leggi dell'economia e leggi della natura. Un ripensamento reso sempre più necessario anche per risarcire le future generazioni, per lasciare loro un mondo dove costruirsi una vita, come hanno fatto le generazioni precedenti con noi. Ma quell'iniziale intuizione si è andata perdendo per strada. Continuiamo a rubare, giorno dopo giorno e anno dopo anno, dosi massicce di futuro ai nostri eredi; abbiamo pesantemente ipotecato le loro propettive e abbassato, fino ad annullare, i loro orizzonti scegliendo di vivere al di sopra delle
nostre possibilità e al di sopra delle possibilità consentite dall'ambiente.

Anche oggi, nei (vani) tentativi di superare con le “tecnicalità” la grande crisi economica, continuiamo a mostrare - come generazioni adulte - il lato più egoistico ed egocentrico, a tutto svantaggio di chi ci succederà. E senza pudore, mostriamo pure di indignarci quando i nostri eredi, che hanno definitivamente capito che cosa riserverà loro il futuro, ci presentano il conto - a Londra come a Roma, a Parigi come ad Atene - con tutta la rabbia che hanno accumulato.

In questo scenario globale non proprio esaltante, l'Italia è sempre più risucchiata nella spirale del declino, in parte intrecciata a quella che stringe l'intero Occidente, in parte alimentata dai suoi ritardi storici e dal deficit di governo che da sempre la contraddistingue. Per troppo tempo siamo rimasti impantanati nella frattura berlusconismo- antiberlusconismo senza che nessuna seria e vera riforma - al di là della propaganda - abbia spinto il Paese a modernizzarsi. Il bilancio fallimentare dei governi di centrodestra e dei governi di centrosinistra spingerebbe in paesi normali a cambiare in fretta e con decisione pagina, a riformare (non necessariamente ad abbandonare) un bipolarismo che ha mancato finora la sua missione.

Prevalgono, invece, i tatticismi, i trasformismi, i politicismi anche tra quanti hanno professato in questi anni - producendo, invero, molti guasti e provocando molti guai alla democrazia italiana – l'antipolitica.
Nell'ultimo anno, come nei precedenti, tra scandali a palazzo, rotture fratricide nell'ex maggioranza, voti di fiducia al fotofinish e vergognoso mercato dei parlamentari, di tutto si è parlato tranne che dei problemi veri del Paese. E tutto lascia prevedere che nei prossimi mesi lo scenario non cambierà. L'unica forza politica che continua a incassare i più sostanziosi dividendi del governo è la Lega, non a caso il solo partito a non temere, anzi a invocare le elezioni anticipate per rafforzarsi ulteriormente. Quest'anno si è portata a casa, a tutto danno del Mezzogiorno, le quote latte, la grandissima parte dei fondi del Cipe per opere e infrastrutture nelle regioni e nelle città del Nord, il passaggio ad un federalismo fiscale più punitivo che solidale, colpo mortale per gran parte dei Comuni del Sud.

Difficile, dunque, essere ottimisti con la ragione. Si può e si deve esserlo, però, con la volontà, senza rassegnarsi al fato ma inseguendo in modo ostinato ciò di cui ha più bisogno in questo momento il nostro Paese. Prima di tutto, due grandi patti nazionali: un patto Nord-Sud che porti alla riunificazione vera dell'Italia e un patto generazionale, tra adulti e giovani, che garantisca un futuro a chi verrà dopo di noi. Patti che costano sacrifici e rinunce per tutti, soprattutto per chi ha già avuto e ha ipotecato il futuro delle giovani generazioni, in particolare quelle meridionali. Non sarà facile stabilire da dove cominciare, sappiamo però come cominciare. Ci ha aiutato nei giorni scorsi il presidente della Repubblica, ancora una volta lungimirante nell'indicare la strada. Ha convocato al Quirinale una delegazione di studenti e ricercatori in lotta per ascoltare le loro ragioni, lanciando così un preciso messaggio al Paese: il futuro va deciso assieme a loro, non contro di loro. Va deciso insieme ovunque, in famiglia come nelle grandi scelte politiche. E con l'ottimismo della volontà. Auguri.

mercoledì 24 novembre 2010

Il fango non c'entra, è la macchina dell'odio che ci invita allo scannatoio

Il fango non c’entra. Il fango, se c’è, lo puoi togliere di dosso, è un elemento che ti si appiccica addosso ma non penetra a fondo. Insudicia ma non ferisce. Colpisce ma non morde, perché col tempo il fango, se è fango, si indurisce e cade da solo. E invece c’è un’altra macchina che si è messa in moto in questa stagione sciagurata e tellurica della politica italiana. È la macchina dell’odio. Messa in moto in un clima che ha fatto schizzare la violenza verbale a temperature insostenibili. Alimentata nell’altoforno di uno scontro ideologico orbo di ideologia. Valorizzata da centrali del linguaggio che, consapevolmente, promuovono l’equiparazione simbolica tra l’arena politica e l’osteria, e nell’osteria la barriera tra addetti ai lavori e pubblico si frantuma, al bar dello sport godiamo tutti a crocifiggere l’allenatore. Rilanciata da Internet e in particolare dai social network, discariche senza rete e senza diaframma della prossimità, dove chiunque si sente titolato a esercitare la più disinibita arte dell’insulto: le parole, veicolo del lògos, si trasformano in proiettili di cartucciere distribuite senza licenza. Una macchina stimolata dalla riduzione del conflitto politico a una lotta personalistica che semplifica la comprensione delle scelte politiche gettando in prima linea i corpi, gli attributi individuali, la vita privata, i nomi propri al posto dei cognomi. Una macchina che sostituisce le complicate alchimie ideali e parlamentari, che richiedono il tempo e misura per essere comprese, con la legge del beduino, quella per cui il nemico dell’amico è mio nemico, e il nemico del mio nemico è mio nemico. La lotta tra partiti diventa una tenzone tribale che la macchina dell’odio si occupa di dirigere con il suo arsenale di concetti ipersemplificato. La brutalizzazione dello scontro amico/nemico si fa linfa di senso, l’avversario diventa il barbaro con cui nulla si condivide, né il linguaggio, né le regole, né lo stile, sul ring tutto è permesso – l’insulto, la diffamazione, la degradazione personale, i sigilli di infamia - perché sono saltati tutti i punti di riferimento. La macchina dell’odio sfrutta i meccanismi della "dissonanza cognitiva": tutto ciò che serve a screditare il nemico viene elevato a paradigma e proposto come chiave di interpretazione quotidiana degli eventi, tutto ciò che falsifica il paradigma viene nascosto o presentato come prodotto biforcuto del linguaggio del nemico, che è sempre un linguaggio falso.

Il terremoto politico degli ultimi mesi ha insinuato i meccanismi della macchina dell’odio nella piega di antiche amicizie, di sodalizi consolidati, di tensioni ideali improvvisamente scopertisi poco più che case di cartapesta, buttate giù dal soffio di un aggettivo malefico, una scelta non condivisa, una diversa valutazione sullo stato di salute della maggioranza di governo o dell’Italia. L’amico di un tempo diventa all’improvviso servo, servo sciocco, cameriere, nemico per la pelle, vittima da scannare e il suo scalpo il trofeo da gettare sul tavolo al centro dell’osteria. In questo scenario sboccia in forma quasi naturale, ovvia conseguenza di questa catastrofe linguistica, la pianta velenosa di termini pericolosissimi: tradimento e guerra civile. L’amico diventa traditore, addirittura «traditore della patria», bandito dai tratti deformati. A destra, tradimento e guerra civile sono termini pericolosissimi. Evocano rimossi mai troppo rimossi, il vocabolario di ferite antiche e simboli mortiferi, l’odore sanguinolento dello scannatoio. La macchina dell’odio questo lo sa e sobilla questa mobilitazione del risentimento, strappa idee e corpi alla normale dialettica politica e li ripresenta nella forma ultimativa dello scontro con il nemico oggettivo. Prima regola: il nemico oggettivo va eliminato, e il suo ricordo cancellato dall’album di famiglia. La macchina dell’odio è un agente inquinante che uccide la politica con la scusa di esaltare le passioni.

mercoledì 17 novembre 2010

Diffidate degli zeloti antiberlusconiani, l’Italia è ancora pazza del Cav

Quando si cominciano a ritirar fuori, per parlare della nostra condizione politica presente, date cruciali tipo il 25 aprile, il 25 luglio o l’8 settembre, mischiando il grano della tragedia con il loglio di schermaglie dove per fortuna i morti e i feriti sono simulazioni giornalistiche, succede che arriva la confusione. E ogni volta che si parla del destino del Cav, dal governo Dini a oggi, dal 1996 al 2010, questa tentazione scatta puntuale. Di qua l’Italia da liberare, di là la libertà da difendere, di qua le ragioni della politica normale, di là le rivendicazioni della sovranità popolare, golpe telecratico di qua, golpe tecnocratico di là. Da quindici anni si bisticcia, e si prospettano (ricordate il 2006?) mattanze simboliche, eppure le bocce sono ancora ferme al bipolarismo per come l’abbiamo finora conosciuto. Cav o anti-Cav, siamo sempre qui, a girare attorno a una boa consumata. E quindi, per non correre il rischio che il pubblico dibattito si riduca a un conflitto tra opposte allucinazioni, ovvero tra visioni a ideologia facile e biodegradabile sconnesse dalla realtà, il primo rischio da scansare è la faciloneria: se è incauto dire, insomma, che in Italia tutto va bene perché tutto deve andare bene, è altrettanto incauto fare falò di sedici anni di seconda Repubblica e gettarla nel cestino delle intenzioni andate a male. Eppure, questo è il rischio in cui può incorrere quell’eccesso di zelo antiberlusconiano, assertivo, a tratti goliardico e quasi controfattuale, che, un poco ovunque, pare aver acceso micce e focolai di attivismo, ravvivando tra l’altro sentimenti opposti e speculari, e altrettanto insostenibili secondo ragione. Ci sono alcuni punti, importanti e dirimenti, che non possono essere sottovalutati alla prova di un’analisi serena. In primo luogo, si fa ancora l’errore di considerare il berlusconismo un fatto politico o solo politico, una variante del leaderismo dunque risolvibile e solubile nel liquido di opzioni governative o parlamentari, quando invece il berlusconismo è un fenomeno sociale televisivo, calcistico, imprenditoriale, simbolico, radicato nell’immaginario italiano a partire dagli anni Ottanta. È il racconto ottimistico dell’Italia che ce la può fare dentro e fuori il perimetro del rispetto delle regole, della narrazione rassicurante, dell’individualismo che però mai sfida i luoghi comuni degli italiani brava gente, della sconnessione tra retorica dei valori e comportamenti quotidiani, dell’amore per le vecchie zie longanesiane. La sua componente politica è solo una faccia e, forse, non quella principale. Il Cav interpreta e trasfigura una tipologia di italiano, una variante diffusa di arcitalianità che nessun ipotetico verdetto elettorale può certo cancellare nello spazio di qualche mese. Per questa ragione, anche i sondaggi mostrano che non porta lontano la scelta del campo delle marachelle del costume per scardinare la sua popolarità, nel paese dove il moralismo è sempre l’anticamera dell’assoluzione: la si chiami tolleranza liberale o familismo amorale, il risultato è il medesimo. E il risultato è che il consenso, prima sociale e poi politico, del berlusconismo e del suo interprete è ancora considerevole, a prescindere dall’azione di governo, a prescindere dal divario tra il marketing del successo e il suo reale raggiungimento, a prescindere dal Pdl e dalla qualità della sua classe dirigente, a prescindere dagli errori e dalle incertezze che la voracità mediatica ha squadernato e inghiottito e sotterrato. Le contese elettorali, quelle passate e forse quella futura, gli eventi dove il Cav è solido interprete del modello della "campagna permanente", sono gli indicatori puntuali dell’eterna sorpresa che coglie chi immagina l’Italia non per com’è, ma per come vorrebbe che fosse. L’analisi del berlusconismo chiede buona sociologia, non teorie della catastrofe.

lunedì 18 ottobre 2010

Dennis Lind secures Formula Ford Festival honours


Dennis Lind has been crowned the 39th Formula Ford festival winner after a lights to flag victory in the Duratec class at Brands Hatch today (Sunday).
Lind made a great start to the deciding race along with Scott Pye while Scott Malvern moved up to third on lap three. Lind moved clear at the front, and set the fastest lap while clear of his opposition. He had to keep a watchful eye over Scott Pye though, who began to close in the middle stages of the race. The Dane held his nerve though to add his name to the illustrious list of Festival winners, with Pye finishing second. Tio Ellinas claimed the final spot on the podium, with Scott Malvern fourth. Elsewhere, Josh Hill finished seventh after a trying weekend that saw him black flagged in the second semi final for ignoring a drive through penalty.
There was drama before the race even began as Peter Dempsey pulled off on the warm up lap with a suspected drive shaft problem, while Scott Malvern lost third place on the final lap after running wide exiting Clearways. Zetec honours were claimed by Julian Hoskins, with Neville Smyth the winner of the Kent category.

venerdì 1 ottobre 2010

Giocare al Blackjack nei Casino Online

Se avete sempre sentito parlare del gioco del blackjack ma non vi siete mai addentrati più di tanto nell’argomento, ecco a voi qualche informazione utile riguardo alle regole del gioco stesso e come poter provare il piacere di giocare online e per soldi veri. Infatti, numerosi sono i casino on line che presentano, tra i loro giochi, quello del blackjack. Uno di questi è il titanbet. In questo casino online, potrete trovare tutti i giochi tipici delle sale da gioco, come ad esempio la roulette, le slot machine, giochi da tavolo, dadi e infine, anche il blackjack. Questo gioco, può ricordare per certi versi il nostro beneamato sette e mezzo. Infatti, seppur giocandosi con le carte francesi, alcune dinamiche ricordano il gioco italiano. Le carte da 2 a 10, valgono la cifra del loro valore nominale: quindi il 2 vale due, il 3 tre, il 10 dieci ecc. Le figure, quindi il Jack, la Donna e il Re, valgono dieci mentre l’asso, può valere uno o undici, a seconda delle esigenze. L’obiettivo, è battere il banco effettuando un punteggio pari o il più vicino possibile a 21. L’obiettivo, consiste nel battere il banco, senza confrontarsi con altri giocatori. Nei casino online, come ad esempio nello spin palace, giocare al blackjack vi farà godere di tutta la calma necessaria per effettuare le vostre decisioni. Inoltre, se avete ancora poca pratica alle spalle, potrete praticare direttamente sulla piattaforma di gioco, scegliendo l’opzione per soldi virtuali. Se visiterete il sito ufficiale dello spin palace, troverete informazioni riguardanti tutti i giochi, regole del gioco comprese. Anche se in Italia e nelle abitudini il blackjack non è mai divenuto popolare, lo stesso non si può dire per i casino online e per i casino reali. Il blackjack, infatti, costituisce uno dei giochi più amati dagli amanti del gioco d’azzardo di tutto il mondo.

venerdì 3 settembre 2010

ARRIVEDERCI ITALIA!


Il trattamento dei temi sportivi e di attualità su questo blog viene temporaneamente sospeso a causa della mia esperienza oltremanica, che avrà inizio fra qualche giorno. E' stato bello condividere anni di sport e ''giornalismo dilettante''. Un'esperienza che, sicuramente, mi ha aiutato a crescere e conoscere tanta gente. Forgiandomi carattere e personalità.

So bene che accanto alle cose ben fatte ed ai successi, sono stati commessi errori, così come so, in coscienza, che fino all'ultimo ho cercato di fare quanto era nelle mie forze, cercando di essere corretto e imparziale in tutto e per tutto. Non so in quanti possano dire di aver pensato, parlato e, soprattutto, agito nello stesso senso.

Ciononostante, mi sento di ringraziare indistintamente tutti, con un evidente occhio di riguardo per coloro che hanno lavorato duramente con me in questi anni, condividendo successi, insuccessi, gioie e dolori.

Doverosamente, Oronzo Cardone