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giovedì 20 novembre 2008

C’era una volta il pallone senza macchia


C’era una volta il calcio giovanile. Quello puro, quello dove si insegnava a calciare, ma soprattutto a campare. Vincere o perdere poco importava, l’importante era esserci.

Nei personali ricordi di anni fa, più o meno, era così. Si rincorreva la palla, comunque l’oggetto dei desideri e dei sogni, ma si badava anche ad altro. Lo spogliatoio come palestra di vita, un ambiente variopinto nel quale il confronto era all’ordine del giorno.

Da qualche tempo, evidentemente, non è più così. Il calcio giovanile ha subito una trasformazione repentina. In peggio. Non che oggi non ci siano più allenatori, dirigenti, presidenti e via discorrendo in grado di insegnare calcio. Probabilmente, anzi, quelli attuali sono più preparati ed evoluti rispetto ai colleghi del passato per una serie di motivazioni. È il concetto di calcio giovanile che si è rovinato. E questa piccola-grande vicenda raccontata accanto lo dimostra ancora una volta.

La «Calciopoli made in Puglia» è un invito a riflettere. Ammonizioni che spariscono e riappaiono, come se si fosse a caccia di fantasmi nei castelli scozzesi. Ma che roba è? Ma di cosa stiamo parlando? Bel modo di insegnare calcio, bel modo di indirizzare i giovani calciatori verso la correttezza e la lealtà sportiva. Sei stato ammonito? Non preoccuparti, ci penso io, giocherai lo stesso. Per non parlare, poi, della cattiva abitudine di esonerare i tecnici perché i risultati non arrivano. Roba che non si può sentire, già si fatica ad accettarlo nel mondo dei professionisti, figuriamoci poi nel calcio del settore giovanile e scolastico...

Una convinzione soggettiva. A fare da spartiacque con il passato, è stata l’introduzione delle promozioni e delle retrocessioni, una sorta di «aborto » calcistico che altro non ha fatto se non inquinare l’essenza del calcio giovanile. Il cambio del sistema, fine anni Novanta, ha in sostanza finito con l’esasperare le tranquille domeniche di una volta. La cultura del vincere per forza. Ad ogni costo. Non è così che si educano i giovani, né sotto l’aspetto sportivo, né sotto l’aspetto culturale. È così, invece, che si concede terreno fertile al lato oscuro del pallone.

giovedì 13 novembre 2008

A volte ritornano...


Stavolta non si tratta di storie di droga, non si tratta del grandissimo Maradona calciatore, ma di una nuova parentesi che si sta aprendo nella sua incredibile vita: la carriera da allenatore.
Diego circa un mese fa aveva espresso il desiderio di poter allenare un giorno la nazionale argentina, ma a tutti era sembrato più come una richiesta stile “la pace del mondo” che un’affermazione da prendere sul serio.
Eppure proprio il giorno del suo compleanno la federazione argentina ha deciso di fargli questo incredibile regalo: Diego Armando Maradona è il nuovo commissario tecnico dell’Argentina.
A questo punto viene spontaneo domandarsi: “perché lui?”. Basta essere il miglior giocatore della storia per poter ambire a un posto simile? Basta avere alle spalle una piccola parentesi fallimentare da allenatore nell’Argentinos Juniors? Forse la risposta a tutte queste domande è che devi essere un dio per la nazione che ti ha sempre osannato, che ti ha tifato quando vincevi e che ti ha pianto quando stavi male per poter chiedere ogni cosa e veder esaudito ogni tuo desiderio. E come spesso accade quando si tratta di Maradona se ne vadano al diavolo ogni razionalità, ogni malpensante che pensa sia una catastrofe dare la nazionale in mano ad una persona, che ha sempre vissuto al limite tra la vita e la morte e che pensa che la tattica è un aspetto del calcio assolutamente irrilevante. Se ne vada al diavolo chi dice che spesso e volentieri il termine “grande calciatore” non è sinonimo di “grande allenatore”, basti pensare che l’unica persona ad aver vinto una Coppa del Mondo da allenatore e da tecnico è stato Franz Beckenbauer e che a parte Johan Cruyiff nessun altro grande giocatore ha poi ripetuto le sue gesta da allenatore. Se ne vadano al diavolo tutti coloro che non credono nelle magie di Diego Armando, perché con il suo carattere e con l’apporto strategico di Bilardo tutto è possibile. Fatevi da parte malpensanti, ora tocca ancora a Diego e che lo spettacolo cominci, anche se temo che stavolta alla fine dello show ci saranno solo fischi per il giocatore più mirabolante ed estremo della storia del calcio.