venerdì 3 settembre 2010

ARRIVEDERCI ITALIA!


Il trattamento dei temi sportivi e di attualità su questo blog viene temporaneamente sospeso a causa della mia esperienza oltremanica, che avrà inizio fra qualche giorno. E' stato bello condividere anni di sport e ''giornalismo dilettante''. Un'esperienza che, sicuramente, mi ha aiutato a crescere e conoscere tanta gente. Forgiandomi carattere e personalità.

So bene che accanto alle cose ben fatte ed ai successi, sono stati commessi errori, così come so, in coscienza, che fino all'ultimo ho cercato di fare quanto era nelle mie forze, cercando di essere corretto e imparziale in tutto e per tutto. Non so in quanti possano dire di aver pensato, parlato e, soprattutto, agito nello stesso senso.

Ciononostante, mi sento di ringraziare indistintamente tutti, con un evidente occhio di riguardo per coloro che hanno lavorato duramente con me in questi anni, condividendo successi, insuccessi, gioie e dolori.

Doverosamente, Oronzo Cardone

mercoledì 11 agosto 2010

ITALIA, FALSA PARTENZA


Ostacolo troppo alto, per una prova di esordio, non gli sparring-partners comodi di altre stagioni, la Costa d'Avorio vanta levatura internazionale notevole, alla giovane Italia non bastano impegno e convinzione. Qualche rimpianto per il palo di Motta in avvio di ripresa, poco prima che Kolo Toure, specialista in acrobazia, sfruttasse di testa un cross da destra e il sonno della difesa azzurra. Non sono mancate le occasioni per il pari, ma sul piano del gioco gli africani hanno mostrato superiore levatura, grande velocità e doti di palleggio notevolissime. Se vogliamo trarre un'indicazione inconfutabile da questa prima uscita dell'Italia in edizione riveduta e corretta, viene dalla conferma di quanto colossale fosse stata l'idiozia dell'esclusione di Antonio Cassano dall'Armata Brancaleone spedita in Sudafrica.


Il genietto di Bari Vecchia si è subito appropriato del suo ruolo di protagonista, confermando di avere dimenticato le pastoie caratteriali che per troppo tempo lo avevano messo in discussione. Una perla nella grigia serata londinese, che però ha saputo far apprezzare la grande volontà e anche l'impertinenza dei ragazzi ai quali Prandelli ha affidato la ricostruzione. Si può sperare. Si impone una considerazione fondamentale, su qualcosa di inedito negli ultimi anni di storia azzurra. Si parla del pesante debito di esperienza che la giovane Italia è stata costretta a fronteggiare contro una formazione tra le più collaudate del mondo proprio per il fattore anagrafico. Aggiungiamoci anche lo spettacolo non esaltante di uno stadio semideserto e il diluvio che non ha concesso tregua. Fattori negativi, però rimangono valutazioni positive, legate a quel primo tempo avviato con apprezzabile spavalderia dai nostri ragazzini, alle prese con la fase di addestramento per un'interpretazione tattica che pretende tempo per un'assimilazione completa. Nessun cedimento agli svolazzi, ma un impegno costante e convinto, anche da parte di chi conosce il ruolo di protagonista. Come Balotelli, perfetto nell'esecuzione dell'Inno di Mameli, alla faccia del gregge di Borghezio, e votato a rincorrere ogni avversario con umiltà e determinazione. Ma la nota più importante della prima metà di gara la ha offerta un Cassano disposto alla corsa e al sacrificio, senza lesinare i suoi gioielli stilistici.


Vicini al gol Balotelli e De Rossi, autorevole leader, su calcio piazzato, appena fuori tempo Amauri, unica punta, su prezioso cross corto di Fantantonio nel finale di tempo. Chiellini spesso chiamato a dirimere situazioni allarmanti, la velocità e il palleggio stretto degli ivoriani esiziali, anche per la capacità di presidiare tutte le zone di attacco. Per Gervinho l'occasione più nitida, palla fuori da posizione ideale, non ha dovuto produrre miracoli Sirigu, impegnato da Eboue. Ripresa viziata, al solito, da un eccesso di sostituzioni, ognuno ha giocato per sé, non la via migliore per una non impossibile rimonta.

domenica 8 agosto 2010

LA NUOVA ITALIA

Ecco Cassano e Balotelli in azzurro, sarebbe riduttivo aggrapparsi al «meglio tardi che mai». Prandelli, nel quale è giusto riporre fiducia, il campionato non intende ignorarlo. L’Italia, che martedì affronterà la Costa d’Avorio, nasce sotto il segno di un’auspicata ventata d'aria fresca.

Un primo appuntamento, con qualche assenza che dovrebbe avere carattere provvisorio, quelle relative ad alcuni dei reduci dal Sudafrica, giudicati non ancora in condizione ideale dopo il ritardo nell'aggregarsi alle rispettive formazioni. Pure ce ne sono, di reduci dalla quella sciagurata disavventura, da Marchetti a Bonucci e Chiellini, fino a un centrocampo quasi al completo con De Rossi, Marchisio, Montolivo e Palombo, ma neanche Pepe si può consideare una punta. A riposo, oltre all'indisponbile Buffon, Pirlo, Pazzini e Gilardino, proprio per un problema di condizione. Ma i nuovi entrati hanno la faccia spavalda dei ragazini terribili, Cassano una naturale icona con un principe ereditario già pronto, il genio e la sregolatezza che Fantantonio sembra avree riposto nell'archivio della saggezza, sono doti peculari per Balotelli, il più invocato e il più atteso al di là degli imprevedibili sbalzi di umore. Nomi nuovi, si è detto, la soggezione dei verdi anni riguarda i cagliaritani Lazzari e Astori, ma anche il milanista Antonini, che avrebbe reclamato maggiore attenzione prima dei Mondiali. Torna Molinaro, fortificato dall'esperienza con lo Stoccarda, torna in azzurro Giuseppe Rossi, garanzia di risorse fresche. In difesa c'è anche Motta, del quale la Roma sembrava avesse una terribile fretta di liberarsi, senza neanche il conforto di qualche spicciolo. La novità più suggestiva riguarda Amauri, passaporto italiano, ma gli oriundi sono un'altra cosa, la giovinezza è un ricordo.

Ritengo fosse più giusto rivolgersi a giocatori che hanno genitori immigrati, ma che sono nati in Italia, proprio come Balotelli. Dagli oriundi, veri o fasulli, la Nazionale ha ricavato nella storia più schiaffoni che trionfi. Basterà ricordare l'unica mancata qualificazione alla Coppa del Mondo, nel 1958, fuori contro gli irlandesi del Nord: c'erano Schiaffino, Ghiggia, Da Costa, Montuori, Firmani, scusate se è poco. Buon lavoro, Cesare, meriti un augurio convinto.

venerdì 6 agosto 2010

SI SCRIVE "CALCIO", SI LEGGE "CAOS"

Il ripescaggio in Serie B della Triestina e di altr 24 società in Lega Pro; le polemiche sulla nomina di Gianni Rivera e sul “peso specifico” dei dilettanti nel calcio italiano; la proposta di dare un indennizzo ai club che “prestano” i giocatori alla nazionale. E’ stato un consiglio federale intenso quello che si è svolto l’altro ieri. Facendo il punto sulla crisi della Lega Pro, il presidente Mario Macalli ha annunciato il recupero della Triestina (al posto dell’Ancona) in serie B; di Paganese, Pavia, Siracusa, Barletta, Gela, Bassano, Nocerina e Pisa, in Prima Divisione; e di Bellaria, Matera, Carrarese, Carpi, Pro Belvedere, Pomezia, Latina, Casale, Trapani, Virus Entella, Vigor Lamezia, Campobasso, L’Aquila, Avellino, Renate e Sanremese, in Seconda Divisione.


La giornata ha vissuto qualche momento di tensione, poco dopo, durante le nomine di Roberto Baggio presidente del Settore Tecnico, Gianni Rivera presidente del Settore Giovanile e Scolastico e Arrigo Sacchi coordinatore tecnico delle Nazionali giovanili. In particolare su Rivera ci sono stati problemi perché il presidente dei dilettanti, Carlo Tavecchio, ha deciso di astenersi (un po’ per rivendicare più potere, un po’ perché aveva candidati suoi, un po’ perché Rivera è da sempre un personaggio scomodo). L’astensione di tavecchio non ha comunque impedito la nomina e il completamento del quadro tecnico per il rilancio del calcio nazionale voluto da Giancarlo Abete, che ha ribadito un’altra proposta: un indennizzo alle società che prestano giocatori alla Nazionale su una media delle fasi finali delle ultime due manifestazioni di Uefa e Fifa, e cioè Europei e Mondiali. Un messaggio di pace, dopo la polemica sugli extracomunitari, ai club di A.


A seguito delle decisioni assunte dal Consiglio Federale del 4 agosto, durante il quale sono stati ufficializzati i ripescaggi in Lega Pro di 16 società di Interregionale e l’esclusione di Pianura, Colligiana, Boxano, Gaeta, Igea Virus, Pro Sesto, Noicattaro, Vico equense, Casoli, cecina, Domegliara, il massimo campionato dilettantistico ha aperto le porte ad altre 20 formazioni che hanno fatto richiesta di ripescaggio nei termini e nelle modalità previste dalla procedura supervisionata dalla Co.Vi.So.D. A tal proposito si è provveduto a integrare l'organico con le seguenti società: Fiorenzuola, Santhià, Sporting Terni, Castelnuovo Sandrà, Arzachena, Novese, Castel San Pietro Terme, Voluntas Spoleto, Derthona, Jesina, Bacoli Sibillla Flegrea, Virtus Pavullese, Monteriggioni, Camaiore, Noto, Arzanese, Castiadas, Montecchio Maggiore, Francavilla Calcio, Treviso.

martedì 13 luglio 2010

LA LEZIONE SPAGNOLA PROPOSTA DAI GIOVANI

La sconfitta è il blasone dell’anima ben nata, recita un antico motto hidalgo. Ma i giovanotti della Spagna se ne sono fregati delle antiche consuetudini, e hanno trasformato in una vittoria storica il loro passo svelto di giovinezza. Osservando i nostri cugini mediterranei, la fiesta senza freni esplosa in tutta la nazione, l’entusiasmo contagioso che ha riversato milioni di ragazzi per le strade, la movida sorseggiata al gusto di un’orgia senza freno di colori nazionali, l’arrivo trionfale all’aeroporto Barajas di Madrid, l’assedio in un calore persino eccessivo, eh sì, certo che qualche parallelo vien da fare.

Proprio partendo da un paragone d’accoglienze: da Fiumicino. Dall’atterraggio dei nostri azzurri stanchi e inaciditi da un’eliminazione brutta, anzi orrenda: si temevano contestazioni, e invece fu il quasi nulla, un’ostentata e ostile indifferenza degli italiani rispetto a una squadra quasi fotocopiata dal campionato del mondo vinto quattro anni prima, ma invecchiata nella biografia e nello spirito. Quasi scesa in Sudafrica a timbrare il cartellino del prepensionamento. A tutti quanti, osservando l’Italia, era venuta in mente la metafora della nazionale di calcio come specchio di un paese fermo, bloccato, incapace o persino refrattario al cambiamento, all’iniezione di forze fresche, a quella dinamica del ricambio che divide da sempre le nazioni in crescita da quelle che osservano immobili il proprio capitombolo in seconda classe. E così, tutti quanti, abbiamo trascorso il mese di giugno a guardare partite accontentandoci di tifare là dove militano i giocatori della propria squadra del cuore, riflettendo pure sul fatto che sulla vetta della Champions è salita una squadra che di italiano ha solo il presidente.

Ebbene, la Spagna che ha vinto il Mondiale, sia pure in una finale bruttarella, racconta in termini di simboli ed emozioni l’esatto opposto, e per più ragioni tutte messe assieme. C’è il quadro hd che fa già antologia dell’immagine: lo scatto sfrontato di Casillas. C’è il nome e l’apoteosi del colore, le “Furie rosse” evocano la velocità, l’intrepidezza, l’intraprendenza, il dinamismo, la brama di successo, lo scatto semmai del rosso Ferrari, la giovinezza che bussa alle porte della Storia. E poi, c’è che la Spagna è una nazionale davvero nazionale, costruita su ragazzi allevati nei vivai, nel calcio duro e meritocratico, proprio quando le scuole di calcio italiane annaspano nella nebbia dell’impotenza. Ragazzi allevati, pur nella lacerante storia spagnola che articola mozioni e rimozioni, a pane e hispanidad: sgambettatori del pallone, strapagati certo, epperò pieni nel nome e nel cognome di quel filo di identità che tutto tiene nella memoria nazionale. E tutto questo, perché le cose non arrivano mai a caso, accadeva mentre la Corte costituzionale spagnola stabiliva che non sussistono le basi giuridiche per definire la Catalogna una nazione: e attenzione, parliamo della Catalogna, non della Padania.

La Spagna attraversa un momentaccio, gli anni del miracolo iberico sono tristemente alle spalle, la crisi economica morde le speranze e affoga una generazione nel baratro torbido della disoccupazione, eppure è anche da eventi come questo, dal combustile che producono a beneficio dei sentimenti collettivi, che si ritrovano le energie. Persino Zapatero ha scovato una briciolina di carisma, affermando che la Rioja «ha reso felice tutta la nazione» (quando un qualsiasi nostro presidente del Consiglio avrebbe detto “paese” e non “nazione”, con tutto ciò che questo ci racconta nel come percepiamo il sentimento d’appartenenza). Certamente, la Rioja da oggi diventerà un poderoso strumento di marketing del rilancio d’immagine della Spagna, il turbo a cui allacciare le cinture della speranza di riscatto. Ma se il calcio è, perché lo è, una delle frontiere dell’immaginario, è giusto e naturale che quella coppa alzata verso l’alto si faccia presto simbolo di una nuova primavera di giovinezza spagnola.

lunedì 5 luglio 2010

ANCORA UN BRONZO MONDIALE PER IL KICKBOXER MIMMO D'ELIA


Un anno dopo. Ancora una medaglia di bronzo a livello mondiale. Il francavillese Mimmo D’Elia fa il bis ad Alexandropolis (Grecia) e sale ancora sul terzo gradino del podio mondiale. Disciplina: kickboxing. Categoria: 80 kg. Stessa sorte dello scorso anno a Madrid, stessa eliminazione in semifinale. Dopo essersi sbarazzato di un avversario greco ai quarti di finale (ko tecnico), si è arreso alla forza di un atleta russo (sconfitta ai punti). Un’altra medaglia da aggiungere ad un palmares di tutto rispetto. Il giovane atleta francavillese (classe 1981) vanta diverse vittorie, tra cui il titolo di Campione Italiano Juniores del 1997, la partecipazione come unico italiano all’Oxtagon nel 2002 e la vittoria di 49 incontri su 52 disputati. “Ero andato in Grecia con l’obiettivo di migliorare la posizione dello scorso anno – afferma D’Elia -. Non sono riuscito nell’intento, ma mi accontento di aver riconfermato il terzo gradino mondiale della mia categoria. Il giudizio dei giudici, sicuramente, ha condizionato l’impresa, ma questo è alquanto relativo. E’ stato emozionante rappresentare la bandiera della mia nazione e della mia città a questa competizione. Vorrei ringraziare l’amministrazione provinciale, che mi ha aiutato a sopportare le spese di viaggio e pernottamento in Grecia, e sono ancora più orgoglioso di aver portato questo riconoscimento in contropartita”.
Non si ferma qui l’attività stagionale di Mimmo D’Elia. A fine luglio parteciperà alla “Notte dei gladiatori” che si terrà a Zagabria, in Croazia. “Sono molto lusingato per aver ricevuto l’invito di partecipazione a questa competizione. Mi sto preparando già da ora per arrivare in formissima alla data in modo da poter raggiungere il miglior risultato possibile, anche se è dura sostenere gli allenamenti con questo caldo. Ma non fa niente, per amore di questa disciplina sono disposto a qualsiasi cosa”.
Il sogno di D’Elia, che a 29 anni ha già realizzato famiglia con moglie e due figli, resta quello di poter conquistare il primo posto mondiale proprio nella sua città. “Sì, il mio sogno è quello di poter organizzare a Francavilla Fontana un evento unico, di elevato spessore. Voglio conquistare la cintura WPKA e voglio che questo avvenga nella mia città. Non è facile, perché l’evento comporterebbe ingenti investimenti, che senza l’aiuto di sponsor e amministrazione è impossibile sopportare. Io ci voglio credere, sono fiducioso. Anche con gli sport cosiddetti “minori” si può dare lustro e visibilità alla città e al territorio”.
A livello nazionale,invece, il prossimo impegno è quello del 17 luglio a Montecatini, in Toscana. Un tour de force di allenamenti aspetta l’atleta francavillese, considerando l’impegno balcanico di fine mese.

mercoledì 30 giugno 2010

IL GUERRIERO DELLA TV NON CE L'HA FATTA

Il guerriero ha lottato per l'ultima volta come una fiera orgogliosa, ma i pochi grammi che fanno la nostra anima avevano già deciso di non atterrare assieme al suo corpo. Dalle parti di Terni, così, s'è conclusa l'esistenza terrena di uno dei personaggi più singolari e a suo modo affascinanti dello spettacolo italiano. E ieri, senza strillare, senza listare di lutto isterico chissà quali lagne, mentre i social network traboccavano di messaggi dolcissimi, tutta Italia commentava mogia che «il ragazzo» non ce l'aveva fatta. Quel ragazzo che, uscito dal set casalingo dove era stato consacrato nel cuore di ragazzine e signore mie, aveva sempre preteso di essere se stesso: spaccasassi fuori, intellettualmente curioso dentro.

L'unica volta che ho incontrato Pietro Taricone, mosso dalla curiosità adolescenziale di conoscere questa stella che aveva imparato a brillare della luce propria e non di quella dei divanetti su cui si accomodano i tronisti, lui mi spiegò per filo e per segno la sua concezione della vita. Andava morsa, vissuta senza negarsi il rischio e, se serve, bruciata in un attimo. L'importante, mi disse a proposito della sua passione per gli sport estremi, è non pentirti di ciò che hai fatto: se sali su un aereo e ti butti di sotto, assumi sulla linea rossa della tua biografia quella quota di rischio che è ingrediente naturale dell'ebbrezza. Come il telegrafista di Antoine de Saint-Exupéry, come Patrick de Gayardon, di cui parlava con gli occhi densi di ammirazione. Non pensava certamente a se stesso, ragionando di rischi estremi, Taricone, ma tant'è.

Mentre parlavamo, e si scherzava sui maschi ormai acconciati a scambiare la virilità con la ceretta, riflettevo su quando, accompagnati proprio da Taricone, noi telespettatori della prima edizione del Grande Fratello venivamo inconsapevolmente traghettati dallo stadio neotelevisivo a un altro, non meno indefinito, della televisione-reality che letteralmente si appropria delle esistenze, dei corpi e spesso dei sentimenti di chi la interpreta. Facevo parte, dieci anni fa, assieme a moltissimi, di quelli che, in un doppio passo della morale, guardavano incantati quella prima, inimitabile generazione di animali da reality, il cui spontaneismo era così diverso da quelli che oggi entrano nelle case e nelle fattorie e sanno già con quali pose devono recitare, e poi correvano subito a parlarne malissimo, tanto per mettersi la coscienza a posto. Poi, in tantissimi ci siamo dovuti ricredere velocemente, e non solo per la bellezza sovrumana della sua compagna di vita. Abbiamo scoperto questo ribelle, «idealista di destra per aver letto Nietzsche alla dannunziana», che diceva di voler vivere come i samurai.

Roberto Alfatti Appetiti, addirittura, dopo la sua recitazione ne La nuova squadra, l'aveva candidato a «ministro dell'interno scamiciato e irregolare» del PdL. Ma non è mai stato facile arruolarlo: nel 2002, Davide Ferrario volle immaginare un film biografico sulla storia di Taricone, Parabolico, esplosivo e antitelevisivo ma, lamentò il regista, non se ne fece nulla perché era un film critico del berlusconismo.

Intanto, indossando la divisa di soldato o i panni di un ispettore di polizia o quelli, più recenti, dell'opinionista televisivo di mestiere indignato, Taricone ha continuato a scartare gli arruolamenti e a fottersene delle etichette. «Ciao Pietro, ci manchi già» è il messaggio che ieri gli ha spedito in una bottiglia piratesca Casa Pound, il covo della destra non conformista che Taricone stava aiutando a metter su il gruppo di paracadutismo sportivo. Pietro era piombato lì, una sera, a un convegno su Bombacci, spiegando subito che «Casa Pound mi piace moltissimo, mi affascina l'idea del "fare" a prescindere dalle ideologie». Se esistono le icone pop-guerriere, da ieri ne abbiamo perso una delle più belle.