mercoledì 24 novembre 2010

Il fango non c'entra, è la macchina dell'odio che ci invita allo scannatoio

Il fango non c’entra. Il fango, se c’è, lo puoi togliere di dosso, è un elemento che ti si appiccica addosso ma non penetra a fondo. Insudicia ma non ferisce. Colpisce ma non morde, perché col tempo il fango, se è fango, si indurisce e cade da solo. E invece c’è un’altra macchina che si è messa in moto in questa stagione sciagurata e tellurica della politica italiana. È la macchina dell’odio. Messa in moto in un clima che ha fatto schizzare la violenza verbale a temperature insostenibili. Alimentata nell’altoforno di uno scontro ideologico orbo di ideologia. Valorizzata da centrali del linguaggio che, consapevolmente, promuovono l’equiparazione simbolica tra l’arena politica e l’osteria, e nell’osteria la barriera tra addetti ai lavori e pubblico si frantuma, al bar dello sport godiamo tutti a crocifiggere l’allenatore. Rilanciata da Internet e in particolare dai social network, discariche senza rete e senza diaframma della prossimità, dove chiunque si sente titolato a esercitare la più disinibita arte dell’insulto: le parole, veicolo del lògos, si trasformano in proiettili di cartucciere distribuite senza licenza. Una macchina stimolata dalla riduzione del conflitto politico a una lotta personalistica che semplifica la comprensione delle scelte politiche gettando in prima linea i corpi, gli attributi individuali, la vita privata, i nomi propri al posto dei cognomi. Una macchina che sostituisce le complicate alchimie ideali e parlamentari, che richiedono il tempo e misura per essere comprese, con la legge del beduino, quella per cui il nemico dell’amico è mio nemico, e il nemico del mio nemico è mio nemico. La lotta tra partiti diventa una tenzone tribale che la macchina dell’odio si occupa di dirigere con il suo arsenale di concetti ipersemplificato. La brutalizzazione dello scontro amico/nemico si fa linfa di senso, l’avversario diventa il barbaro con cui nulla si condivide, né il linguaggio, né le regole, né lo stile, sul ring tutto è permesso – l’insulto, la diffamazione, la degradazione personale, i sigilli di infamia - perché sono saltati tutti i punti di riferimento. La macchina dell’odio sfrutta i meccanismi della "dissonanza cognitiva": tutto ciò che serve a screditare il nemico viene elevato a paradigma e proposto come chiave di interpretazione quotidiana degli eventi, tutto ciò che falsifica il paradigma viene nascosto o presentato come prodotto biforcuto del linguaggio del nemico, che è sempre un linguaggio falso.

Il terremoto politico degli ultimi mesi ha insinuato i meccanismi della macchina dell’odio nella piega di antiche amicizie, di sodalizi consolidati, di tensioni ideali improvvisamente scopertisi poco più che case di cartapesta, buttate giù dal soffio di un aggettivo malefico, una scelta non condivisa, una diversa valutazione sullo stato di salute della maggioranza di governo o dell’Italia. L’amico di un tempo diventa all’improvviso servo, servo sciocco, cameriere, nemico per la pelle, vittima da scannare e il suo scalpo il trofeo da gettare sul tavolo al centro dell’osteria. In questo scenario sboccia in forma quasi naturale, ovvia conseguenza di questa catastrofe linguistica, la pianta velenosa di termini pericolosissimi: tradimento e guerra civile. L’amico diventa traditore, addirittura «traditore della patria», bandito dai tratti deformati. A destra, tradimento e guerra civile sono termini pericolosissimi. Evocano rimossi mai troppo rimossi, il vocabolario di ferite antiche e simboli mortiferi, l’odore sanguinolento dello scannatoio. La macchina dell’odio questo lo sa e sobilla questa mobilitazione del risentimento, strappa idee e corpi alla normale dialettica politica e li ripresenta nella forma ultimativa dello scontro con il nemico oggettivo. Prima regola: il nemico oggettivo va eliminato, e il suo ricordo cancellato dall’album di famiglia. La macchina dell’odio è un agente inquinante che uccide la politica con la scusa di esaltare le passioni.

mercoledì 17 novembre 2010

Diffidate degli zeloti antiberlusconiani, l’Italia è ancora pazza del Cav

Quando si cominciano a ritirar fuori, per parlare della nostra condizione politica presente, date cruciali tipo il 25 aprile, il 25 luglio o l’8 settembre, mischiando il grano della tragedia con il loglio di schermaglie dove per fortuna i morti e i feriti sono simulazioni giornalistiche, succede che arriva la confusione. E ogni volta che si parla del destino del Cav, dal governo Dini a oggi, dal 1996 al 2010, questa tentazione scatta puntuale. Di qua l’Italia da liberare, di là la libertà da difendere, di qua le ragioni della politica normale, di là le rivendicazioni della sovranità popolare, golpe telecratico di qua, golpe tecnocratico di là. Da quindici anni si bisticcia, e si prospettano (ricordate il 2006?) mattanze simboliche, eppure le bocce sono ancora ferme al bipolarismo per come l’abbiamo finora conosciuto. Cav o anti-Cav, siamo sempre qui, a girare attorno a una boa consumata. E quindi, per non correre il rischio che il pubblico dibattito si riduca a un conflitto tra opposte allucinazioni, ovvero tra visioni a ideologia facile e biodegradabile sconnesse dalla realtà, il primo rischio da scansare è la faciloneria: se è incauto dire, insomma, che in Italia tutto va bene perché tutto deve andare bene, è altrettanto incauto fare falò di sedici anni di seconda Repubblica e gettarla nel cestino delle intenzioni andate a male. Eppure, questo è il rischio in cui può incorrere quell’eccesso di zelo antiberlusconiano, assertivo, a tratti goliardico e quasi controfattuale, che, un poco ovunque, pare aver acceso micce e focolai di attivismo, ravvivando tra l’altro sentimenti opposti e speculari, e altrettanto insostenibili secondo ragione. Ci sono alcuni punti, importanti e dirimenti, che non possono essere sottovalutati alla prova di un’analisi serena. In primo luogo, si fa ancora l’errore di considerare il berlusconismo un fatto politico o solo politico, una variante del leaderismo dunque risolvibile e solubile nel liquido di opzioni governative o parlamentari, quando invece il berlusconismo è un fenomeno sociale televisivo, calcistico, imprenditoriale, simbolico, radicato nell’immaginario italiano a partire dagli anni Ottanta. È il racconto ottimistico dell’Italia che ce la può fare dentro e fuori il perimetro del rispetto delle regole, della narrazione rassicurante, dell’individualismo che però mai sfida i luoghi comuni degli italiani brava gente, della sconnessione tra retorica dei valori e comportamenti quotidiani, dell’amore per le vecchie zie longanesiane. La sua componente politica è solo una faccia e, forse, non quella principale. Il Cav interpreta e trasfigura una tipologia di italiano, una variante diffusa di arcitalianità che nessun ipotetico verdetto elettorale può certo cancellare nello spazio di qualche mese. Per questa ragione, anche i sondaggi mostrano che non porta lontano la scelta del campo delle marachelle del costume per scardinare la sua popolarità, nel paese dove il moralismo è sempre l’anticamera dell’assoluzione: la si chiami tolleranza liberale o familismo amorale, il risultato è il medesimo. E il risultato è che il consenso, prima sociale e poi politico, del berlusconismo e del suo interprete è ancora considerevole, a prescindere dall’azione di governo, a prescindere dal divario tra il marketing del successo e il suo reale raggiungimento, a prescindere dal Pdl e dalla qualità della sua classe dirigente, a prescindere dagli errori e dalle incertezze che la voracità mediatica ha squadernato e inghiottito e sotterrato. Le contese elettorali, quelle passate e forse quella futura, gli eventi dove il Cav è solido interprete del modello della "campagna permanente", sono gli indicatori puntuali dell’eterna sorpresa che coglie chi immagina l’Italia non per com’è, ma per come vorrebbe che fosse. L’analisi del berlusconismo chiede buona sociologia, non teorie della catastrofe.

lunedì 18 ottobre 2010

Dennis Lind secures Formula Ford Festival honours


Dennis Lind has been crowned the 39th Formula Ford festival winner after a lights to flag victory in the Duratec class at Brands Hatch today (Sunday).
Lind made a great start to the deciding race along with Scott Pye while Scott Malvern moved up to third on lap three. Lind moved clear at the front, and set the fastest lap while clear of his opposition. He had to keep a watchful eye over Scott Pye though, who began to close in the middle stages of the race. The Dane held his nerve though to add his name to the illustrious list of Festival winners, with Pye finishing second. Tio Ellinas claimed the final spot on the podium, with Scott Malvern fourth. Elsewhere, Josh Hill finished seventh after a trying weekend that saw him black flagged in the second semi final for ignoring a drive through penalty.
There was drama before the race even began as Peter Dempsey pulled off on the warm up lap with a suspected drive shaft problem, while Scott Malvern lost third place on the final lap after running wide exiting Clearways. Zetec honours were claimed by Julian Hoskins, with Neville Smyth the winner of the Kent category.

venerdì 1 ottobre 2010

Giocare al Blackjack nei Casino Online

Se avete sempre sentito parlare del gioco del blackjack ma non vi siete mai addentrati più di tanto nell’argomento, ecco a voi qualche informazione utile riguardo alle regole del gioco stesso e come poter provare il piacere di giocare online e per soldi veri. Infatti, numerosi sono i casino on line che presentano, tra i loro giochi, quello del blackjack. Uno di questi è il titanbet. In questo casino online, potrete trovare tutti i giochi tipici delle sale da gioco, come ad esempio la roulette, le slot machine, giochi da tavolo, dadi e infine, anche il blackjack. Questo gioco, può ricordare per certi versi il nostro beneamato sette e mezzo. Infatti, seppur giocandosi con le carte francesi, alcune dinamiche ricordano il gioco italiano. Le carte da 2 a 10, valgono la cifra del loro valore nominale: quindi il 2 vale due, il 3 tre, il 10 dieci ecc. Le figure, quindi il Jack, la Donna e il Re, valgono dieci mentre l’asso, può valere uno o undici, a seconda delle esigenze. L’obiettivo, è battere il banco effettuando un punteggio pari o il più vicino possibile a 21. L’obiettivo, consiste nel battere il banco, senza confrontarsi con altri giocatori. Nei casino online, come ad esempio nello spin palace, giocare al blackjack vi farà godere di tutta la calma necessaria per effettuare le vostre decisioni. Inoltre, se avete ancora poca pratica alle spalle, potrete praticare direttamente sulla piattaforma di gioco, scegliendo l’opzione per soldi virtuali. Se visiterete il sito ufficiale dello spin palace, troverete informazioni riguardanti tutti i giochi, regole del gioco comprese. Anche se in Italia e nelle abitudini il blackjack non è mai divenuto popolare, lo stesso non si può dire per i casino online e per i casino reali. Il blackjack, infatti, costituisce uno dei giochi più amati dagli amanti del gioco d’azzardo di tutto il mondo.

venerdì 3 settembre 2010

ARRIVEDERCI ITALIA!


Il trattamento dei temi sportivi e di attualità su questo blog viene temporaneamente sospeso a causa della mia esperienza oltremanica, che avrà inizio fra qualche giorno. E' stato bello condividere anni di sport e ''giornalismo dilettante''. Un'esperienza che, sicuramente, mi ha aiutato a crescere e conoscere tanta gente. Forgiandomi carattere e personalità.

So bene che accanto alle cose ben fatte ed ai successi, sono stati commessi errori, così come so, in coscienza, che fino all'ultimo ho cercato di fare quanto era nelle mie forze, cercando di essere corretto e imparziale in tutto e per tutto. Non so in quanti possano dire di aver pensato, parlato e, soprattutto, agito nello stesso senso.

Ciononostante, mi sento di ringraziare indistintamente tutti, con un evidente occhio di riguardo per coloro che hanno lavorato duramente con me in questi anni, condividendo successi, insuccessi, gioie e dolori.

Doverosamente, Oronzo Cardone

mercoledì 11 agosto 2010

ITALIA, FALSA PARTENZA


Ostacolo troppo alto, per una prova di esordio, non gli sparring-partners comodi di altre stagioni, la Costa d'Avorio vanta levatura internazionale notevole, alla giovane Italia non bastano impegno e convinzione. Qualche rimpianto per il palo di Motta in avvio di ripresa, poco prima che Kolo Toure, specialista in acrobazia, sfruttasse di testa un cross da destra e il sonno della difesa azzurra. Non sono mancate le occasioni per il pari, ma sul piano del gioco gli africani hanno mostrato superiore levatura, grande velocità e doti di palleggio notevolissime. Se vogliamo trarre un'indicazione inconfutabile da questa prima uscita dell'Italia in edizione riveduta e corretta, viene dalla conferma di quanto colossale fosse stata l'idiozia dell'esclusione di Antonio Cassano dall'Armata Brancaleone spedita in Sudafrica.


Il genietto di Bari Vecchia si è subito appropriato del suo ruolo di protagonista, confermando di avere dimenticato le pastoie caratteriali che per troppo tempo lo avevano messo in discussione. Una perla nella grigia serata londinese, che però ha saputo far apprezzare la grande volontà e anche l'impertinenza dei ragazzi ai quali Prandelli ha affidato la ricostruzione. Si può sperare. Si impone una considerazione fondamentale, su qualcosa di inedito negli ultimi anni di storia azzurra. Si parla del pesante debito di esperienza che la giovane Italia è stata costretta a fronteggiare contro una formazione tra le più collaudate del mondo proprio per il fattore anagrafico. Aggiungiamoci anche lo spettacolo non esaltante di uno stadio semideserto e il diluvio che non ha concesso tregua. Fattori negativi, però rimangono valutazioni positive, legate a quel primo tempo avviato con apprezzabile spavalderia dai nostri ragazzini, alle prese con la fase di addestramento per un'interpretazione tattica che pretende tempo per un'assimilazione completa. Nessun cedimento agli svolazzi, ma un impegno costante e convinto, anche da parte di chi conosce il ruolo di protagonista. Come Balotelli, perfetto nell'esecuzione dell'Inno di Mameli, alla faccia del gregge di Borghezio, e votato a rincorrere ogni avversario con umiltà e determinazione. Ma la nota più importante della prima metà di gara la ha offerta un Cassano disposto alla corsa e al sacrificio, senza lesinare i suoi gioielli stilistici.


Vicini al gol Balotelli e De Rossi, autorevole leader, su calcio piazzato, appena fuori tempo Amauri, unica punta, su prezioso cross corto di Fantantonio nel finale di tempo. Chiellini spesso chiamato a dirimere situazioni allarmanti, la velocità e il palleggio stretto degli ivoriani esiziali, anche per la capacità di presidiare tutte le zone di attacco. Per Gervinho l'occasione più nitida, palla fuori da posizione ideale, non ha dovuto produrre miracoli Sirigu, impegnato da Eboue. Ripresa viziata, al solito, da un eccesso di sostituzioni, ognuno ha giocato per sé, non la via migliore per una non impossibile rimonta.

domenica 8 agosto 2010

LA NUOVA ITALIA

Ecco Cassano e Balotelli in azzurro, sarebbe riduttivo aggrapparsi al «meglio tardi che mai». Prandelli, nel quale è giusto riporre fiducia, il campionato non intende ignorarlo. L’Italia, che martedì affronterà la Costa d’Avorio, nasce sotto il segno di un’auspicata ventata d'aria fresca.

Un primo appuntamento, con qualche assenza che dovrebbe avere carattere provvisorio, quelle relative ad alcuni dei reduci dal Sudafrica, giudicati non ancora in condizione ideale dopo il ritardo nell'aggregarsi alle rispettive formazioni. Pure ce ne sono, di reduci dalla quella sciagurata disavventura, da Marchetti a Bonucci e Chiellini, fino a un centrocampo quasi al completo con De Rossi, Marchisio, Montolivo e Palombo, ma neanche Pepe si può consideare una punta. A riposo, oltre all'indisponbile Buffon, Pirlo, Pazzini e Gilardino, proprio per un problema di condizione. Ma i nuovi entrati hanno la faccia spavalda dei ragazini terribili, Cassano una naturale icona con un principe ereditario già pronto, il genio e la sregolatezza che Fantantonio sembra avree riposto nell'archivio della saggezza, sono doti peculari per Balotelli, il più invocato e il più atteso al di là degli imprevedibili sbalzi di umore. Nomi nuovi, si è detto, la soggezione dei verdi anni riguarda i cagliaritani Lazzari e Astori, ma anche il milanista Antonini, che avrebbe reclamato maggiore attenzione prima dei Mondiali. Torna Molinaro, fortificato dall'esperienza con lo Stoccarda, torna in azzurro Giuseppe Rossi, garanzia di risorse fresche. In difesa c'è anche Motta, del quale la Roma sembrava avesse una terribile fretta di liberarsi, senza neanche il conforto di qualche spicciolo. La novità più suggestiva riguarda Amauri, passaporto italiano, ma gli oriundi sono un'altra cosa, la giovinezza è un ricordo.

Ritengo fosse più giusto rivolgersi a giocatori che hanno genitori immigrati, ma che sono nati in Italia, proprio come Balotelli. Dagli oriundi, veri o fasulli, la Nazionale ha ricavato nella storia più schiaffoni che trionfi. Basterà ricordare l'unica mancata qualificazione alla Coppa del Mondo, nel 1958, fuori contro gli irlandesi del Nord: c'erano Schiaffino, Ghiggia, Da Costa, Montuori, Firmani, scusate se è poco. Buon lavoro, Cesare, meriti un augurio convinto.

venerdì 6 agosto 2010

SI SCRIVE "CALCIO", SI LEGGE "CAOS"

Il ripescaggio in Serie B della Triestina e di altr 24 società in Lega Pro; le polemiche sulla nomina di Gianni Rivera e sul “peso specifico” dei dilettanti nel calcio italiano; la proposta di dare un indennizzo ai club che “prestano” i giocatori alla nazionale. E’ stato un consiglio federale intenso quello che si è svolto l’altro ieri. Facendo il punto sulla crisi della Lega Pro, il presidente Mario Macalli ha annunciato il recupero della Triestina (al posto dell’Ancona) in serie B; di Paganese, Pavia, Siracusa, Barletta, Gela, Bassano, Nocerina e Pisa, in Prima Divisione; e di Bellaria, Matera, Carrarese, Carpi, Pro Belvedere, Pomezia, Latina, Casale, Trapani, Virus Entella, Vigor Lamezia, Campobasso, L’Aquila, Avellino, Renate e Sanremese, in Seconda Divisione.


La giornata ha vissuto qualche momento di tensione, poco dopo, durante le nomine di Roberto Baggio presidente del Settore Tecnico, Gianni Rivera presidente del Settore Giovanile e Scolastico e Arrigo Sacchi coordinatore tecnico delle Nazionali giovanili. In particolare su Rivera ci sono stati problemi perché il presidente dei dilettanti, Carlo Tavecchio, ha deciso di astenersi (un po’ per rivendicare più potere, un po’ perché aveva candidati suoi, un po’ perché Rivera è da sempre un personaggio scomodo). L’astensione di tavecchio non ha comunque impedito la nomina e il completamento del quadro tecnico per il rilancio del calcio nazionale voluto da Giancarlo Abete, che ha ribadito un’altra proposta: un indennizzo alle società che prestano giocatori alla Nazionale su una media delle fasi finali delle ultime due manifestazioni di Uefa e Fifa, e cioè Europei e Mondiali. Un messaggio di pace, dopo la polemica sugli extracomunitari, ai club di A.


A seguito delle decisioni assunte dal Consiglio Federale del 4 agosto, durante il quale sono stati ufficializzati i ripescaggi in Lega Pro di 16 società di Interregionale e l’esclusione di Pianura, Colligiana, Boxano, Gaeta, Igea Virus, Pro Sesto, Noicattaro, Vico equense, Casoli, cecina, Domegliara, il massimo campionato dilettantistico ha aperto le porte ad altre 20 formazioni che hanno fatto richiesta di ripescaggio nei termini e nelle modalità previste dalla procedura supervisionata dalla Co.Vi.So.D. A tal proposito si è provveduto a integrare l'organico con le seguenti società: Fiorenzuola, Santhià, Sporting Terni, Castelnuovo Sandrà, Arzachena, Novese, Castel San Pietro Terme, Voluntas Spoleto, Derthona, Jesina, Bacoli Sibillla Flegrea, Virtus Pavullese, Monteriggioni, Camaiore, Noto, Arzanese, Castiadas, Montecchio Maggiore, Francavilla Calcio, Treviso.

martedì 13 luglio 2010

LA LEZIONE SPAGNOLA PROPOSTA DAI GIOVANI

La sconfitta è il blasone dell’anima ben nata, recita un antico motto hidalgo. Ma i giovanotti della Spagna se ne sono fregati delle antiche consuetudini, e hanno trasformato in una vittoria storica il loro passo svelto di giovinezza. Osservando i nostri cugini mediterranei, la fiesta senza freni esplosa in tutta la nazione, l’entusiasmo contagioso che ha riversato milioni di ragazzi per le strade, la movida sorseggiata al gusto di un’orgia senza freno di colori nazionali, l’arrivo trionfale all’aeroporto Barajas di Madrid, l’assedio in un calore persino eccessivo, eh sì, certo che qualche parallelo vien da fare.

Proprio partendo da un paragone d’accoglienze: da Fiumicino. Dall’atterraggio dei nostri azzurri stanchi e inaciditi da un’eliminazione brutta, anzi orrenda: si temevano contestazioni, e invece fu il quasi nulla, un’ostentata e ostile indifferenza degli italiani rispetto a una squadra quasi fotocopiata dal campionato del mondo vinto quattro anni prima, ma invecchiata nella biografia e nello spirito. Quasi scesa in Sudafrica a timbrare il cartellino del prepensionamento. A tutti quanti, osservando l’Italia, era venuta in mente la metafora della nazionale di calcio come specchio di un paese fermo, bloccato, incapace o persino refrattario al cambiamento, all’iniezione di forze fresche, a quella dinamica del ricambio che divide da sempre le nazioni in crescita da quelle che osservano immobili il proprio capitombolo in seconda classe. E così, tutti quanti, abbiamo trascorso il mese di giugno a guardare partite accontentandoci di tifare là dove militano i giocatori della propria squadra del cuore, riflettendo pure sul fatto che sulla vetta della Champions è salita una squadra che di italiano ha solo il presidente.

Ebbene, la Spagna che ha vinto il Mondiale, sia pure in una finale bruttarella, racconta in termini di simboli ed emozioni l’esatto opposto, e per più ragioni tutte messe assieme. C’è il quadro hd che fa già antologia dell’immagine: lo scatto sfrontato di Casillas. C’è il nome e l’apoteosi del colore, le “Furie rosse” evocano la velocità, l’intrepidezza, l’intraprendenza, il dinamismo, la brama di successo, lo scatto semmai del rosso Ferrari, la giovinezza che bussa alle porte della Storia. E poi, c’è che la Spagna è una nazionale davvero nazionale, costruita su ragazzi allevati nei vivai, nel calcio duro e meritocratico, proprio quando le scuole di calcio italiane annaspano nella nebbia dell’impotenza. Ragazzi allevati, pur nella lacerante storia spagnola che articola mozioni e rimozioni, a pane e hispanidad: sgambettatori del pallone, strapagati certo, epperò pieni nel nome e nel cognome di quel filo di identità che tutto tiene nella memoria nazionale. E tutto questo, perché le cose non arrivano mai a caso, accadeva mentre la Corte costituzionale spagnola stabiliva che non sussistono le basi giuridiche per definire la Catalogna una nazione: e attenzione, parliamo della Catalogna, non della Padania.

La Spagna attraversa un momentaccio, gli anni del miracolo iberico sono tristemente alle spalle, la crisi economica morde le speranze e affoga una generazione nel baratro torbido della disoccupazione, eppure è anche da eventi come questo, dal combustile che producono a beneficio dei sentimenti collettivi, che si ritrovano le energie. Persino Zapatero ha scovato una briciolina di carisma, affermando che la Rioja «ha reso felice tutta la nazione» (quando un qualsiasi nostro presidente del Consiglio avrebbe detto “paese” e non “nazione”, con tutto ciò che questo ci racconta nel come percepiamo il sentimento d’appartenenza). Certamente, la Rioja da oggi diventerà un poderoso strumento di marketing del rilancio d’immagine della Spagna, il turbo a cui allacciare le cinture della speranza di riscatto. Ma se il calcio è, perché lo è, una delle frontiere dell’immaginario, è giusto e naturale che quella coppa alzata verso l’alto si faccia presto simbolo di una nuova primavera di giovinezza spagnola.

lunedì 5 luglio 2010

ANCORA UN BRONZO MONDIALE PER IL KICKBOXER MIMMO D'ELIA


Un anno dopo. Ancora una medaglia di bronzo a livello mondiale. Il francavillese Mimmo D’Elia fa il bis ad Alexandropolis (Grecia) e sale ancora sul terzo gradino del podio mondiale. Disciplina: kickboxing. Categoria: 80 kg. Stessa sorte dello scorso anno a Madrid, stessa eliminazione in semifinale. Dopo essersi sbarazzato di un avversario greco ai quarti di finale (ko tecnico), si è arreso alla forza di un atleta russo (sconfitta ai punti). Un’altra medaglia da aggiungere ad un palmares di tutto rispetto. Il giovane atleta francavillese (classe 1981) vanta diverse vittorie, tra cui il titolo di Campione Italiano Juniores del 1997, la partecipazione come unico italiano all’Oxtagon nel 2002 e la vittoria di 49 incontri su 52 disputati. “Ero andato in Grecia con l’obiettivo di migliorare la posizione dello scorso anno – afferma D’Elia -. Non sono riuscito nell’intento, ma mi accontento di aver riconfermato il terzo gradino mondiale della mia categoria. Il giudizio dei giudici, sicuramente, ha condizionato l’impresa, ma questo è alquanto relativo. E’ stato emozionante rappresentare la bandiera della mia nazione e della mia città a questa competizione. Vorrei ringraziare l’amministrazione provinciale, che mi ha aiutato a sopportare le spese di viaggio e pernottamento in Grecia, e sono ancora più orgoglioso di aver portato questo riconoscimento in contropartita”.
Non si ferma qui l’attività stagionale di Mimmo D’Elia. A fine luglio parteciperà alla “Notte dei gladiatori” che si terrà a Zagabria, in Croazia. “Sono molto lusingato per aver ricevuto l’invito di partecipazione a questa competizione. Mi sto preparando già da ora per arrivare in formissima alla data in modo da poter raggiungere il miglior risultato possibile, anche se è dura sostenere gli allenamenti con questo caldo. Ma non fa niente, per amore di questa disciplina sono disposto a qualsiasi cosa”.
Il sogno di D’Elia, che a 29 anni ha già realizzato famiglia con moglie e due figli, resta quello di poter conquistare il primo posto mondiale proprio nella sua città. “Sì, il mio sogno è quello di poter organizzare a Francavilla Fontana un evento unico, di elevato spessore. Voglio conquistare la cintura WPKA e voglio che questo avvenga nella mia città. Non è facile, perché l’evento comporterebbe ingenti investimenti, che senza l’aiuto di sponsor e amministrazione è impossibile sopportare. Io ci voglio credere, sono fiducioso. Anche con gli sport cosiddetti “minori” si può dare lustro e visibilità alla città e al territorio”.
A livello nazionale,invece, il prossimo impegno è quello del 17 luglio a Montecatini, in Toscana. Un tour de force di allenamenti aspetta l’atleta francavillese, considerando l’impegno balcanico di fine mese.